La gioia del Signore è la mia forza
«Perché sono ancora qui è un mistero. I medici mi davano cinque, massimo dieci anni di vita. Secondo loro sono una donna bionica. Me ne succedono di tutti colori, però ogni volta che non funziona qualcosa, cambiano un pezzo e vado avanti». Ines racconta, che già da trentadue anni vive grazie alla dialisi e i medici le mandano altri pazienti perché li incoraggi. Come mai? Da dove viene la sua forza per poter vivere una vita piena di gioia?

Ines, la tua vita è stata provata. Raccontaci un poco di come la malattia è entrata nella tua vita.
Sono cresciuta in una famiglia cristiana, i miei genitori mi hanno testimoniato la fede con i fatti. Quando ero giovane, mi sembrava di avere il mondo sotto i piedi. Ma mia madre diceva sempre a noi fratelli: «State attenti, perché nella vita ci saranno anche delle prove». Ma noi facevamo qualche risata e via.
Mi sono sposata a vent’anni. Già a ventisei anni non stavo tanto bene. Ad un certo punto sono stata portata in ospedale di urgenza, mi mancava il respiro. Mi sentivo morire, avevo i polmoni pieni di acqua. L’infermiera, una suora, mi ha detto: «Lei è fortunata, non capisco come sia ancora viva. Sicuramente ha qualche santo che prega per lei». Mi hanno tolto dieci litri di acqua: i miei reni non lavoravano. Mi dicevano che dovevo essere dializzata cioè dovevo essere attaccata ad una macchina: una prospettiva non certo felice. Mi attendeva un futuro di sofferenza. Una mattina ho chiesto al professore: «Mi dica la verità, morirò con questa malattia?». Lui mi disse: «Se vuole vivere, deve sapere che sarà condizionata da una macchina». Non mi resi subito conto… Il Signore ci fa conoscere un po’ alla volta quello che ci aspetta. Così ho cominciato ad andare ogni due giorni in ospedale per quattro, cinque, sei ore… mi collegavano ad una macchina, perché il mio sangue si purificasse: quello che avrebbero dovuto fare i miei reni. Col tempo questo mi procurava molti squilibri fisici. Ho fatto questa terapia per ventun anni e da undici anni sto facendo a casa una dialisi ogni notte che dura otto ore.

Ines, faccio un passo indietro. Che lavoro facevi prima?
Prima di sposarmi lavoravo in una fabbrica. Una volta sposata aiutavo mio marito nella sartoria; poi ho avuto una bambina e da quel momento sono rimasta a casa. Con questa diagnosi però è cambiato tutto, il ritmo della tua vita, magari anche il suo stesso senso…
All’inizio ero molto debole, così ogni giorno mia madre accudiva mia figlia e mi diceva: «Devi accogliere questa situazione con gioia, vedrai che il Signore ti darà la forza». Ma io non riuscivo più ad occuparmi della famiglia, e mia madre non poteva più aiutarmi. Ho iniziato a pregare il Signore che mi desse almeno la grazia di poter far crescere mia figlia.

Riesci ad identificare il momento in cui hai accolto coscientemente questa tua nuova realtà, quando e come è stato?
Ho detto al Signore che doveva aiutarmi. Stavo tanto male. L’8 settembre dell’anno 1977 mia madre in preghiera nel santuario della Madonna di Monte Berico ha offerto la sua vita per me. E dopo otto giorni, il 15 settembre (nel giorno della M. Addolorata) nel giro di due ore si è spenta. Questi sono i fatti. Nel mio cuore risuonavano le sue parole: «Devi lodare di più il Signore, ringraziarlo, perché tu non sai quanto ti ama». Poi, nell’anno 1992 ho incontrato la comunità. Da quando sono arrivata a Camparmò con i miei amici Pino e Maria, che mi accompagnavano sempre, ho trovato più pace e gioia e il Signore è intervenuto. Anche prima avevo la fede, però si è ravvivata dopo aver conosciuto la Koinonia. Mi sono sempre piaciuti tanto questi canti gioiosi, ho cominciato a cantarli e a battere le mani. È stata per me una grandissima scoperta, e lì ho trovato una forza ancora maggiore, perché dopo diversi anni che facevo la dialisi, le mie forze cominciavano a mancare. Trovare la comunità è stata per me una cosa nuova. Ho ricevuto forza dallo Spirito Santo, ho ricevuto un altro modo di vedere, ho sperimentato come la preghiera dei fratelli ottenga guarigione, incoraggiamento, prosperità, pace e gioia.

Ma la tua malattia è rimasta… da una parte sai che il Signore ti ama, ma dall’altra non ti ha tolto questa sofferenza. Come possono andare insieme queste cose? Sembra un paradosso.
Io sono sicura che il Signore potrebbe guarirmi completamente. Mi è rimasta però nel cuore una frase che p. Ricardo ha detto una volta: «Perché qualche volta il Signore guarisce e qualche volta no? Questi sono misteri che solo Gesù sa, e a noi non è dato di capire il perché. Però, chi viene con tanta fede e dopo non guarisce, nel suo cuore certamente saprà perché». Sentivo che il Signore mi voleva lì e che io ero una prediletta. Gesù mi vuole unita a Lui. Io sono da Lui scelta, Lui non mi fa mancare la forza e la gioia; posso confermare che sono più gioiosa dei sani. Spesso mi trovo con persone che hanno tutto, eppure non sono contente. Io sono collegata alla macchina e tuttavia il Signore mi mette nel cuore una gioia così grande che dico «Signore perché questa gioia? Non la merito, che cosa ho fatto?». Sento che questa gioia è un segno che mi dice: «Continua, io sono con te, non avere paura…». Io capisco che questa è la strada, la vita che Lui vuole per me. Non che Lui non voglia sanarmi, ma vuol dire che per me va bene così. Quando c’è la gioia del Signore si può superare qualsiasi prova. Non sono mai tornata da Camparmò senza ricevere un beneficio, senza ricevere benedizione su benedizione, forza su forza.

Ines è testimone che la gioia del Signore è la nostra forza la quale ci permette di affrontare e superare ogni prova che la vita ci presenta!
chiudi