La Profezia di Camparmò

 
 

A cura di p. Ricardo Argañaraz

Introduzione

Aspetto storico

Due sono stati gli atteggiamenti che hanno segnato la mia vita e sono sempre stati presenti nel mio cuore: il desiderio ardente di amicizia e una forte inclinazione alla preghiera. Guardando indietro, nei miei 79 anni, questi due sentimenti hanno strutturato la mia vita personale e relazionale. Posso dire che già da fanciullo mi sono legato in amicizia con tanti fratelli e sorelle e, da quando mi sono incontrato con il Signore Gesù, non ho mai più lasciato la mia preghiera; 61 anni di preghiera giornaliera.

È in questo contesto strutturale della mia personalità che si inserisce la fondazione della Koinonia Giovanni Battista e, quindi, anche la profezia che chiamiamo la Profezia di Camparmò.

Subito dopo l’effusione dello Spirito Santo, avvenuta il 4 maggio 1975 in Ronchi di Villafranca, diocesi di Padova, si è resa fortemente presente in me la volontà di costituire una comunità, che fosse tutta incentrata nella preghiera; dicendo “tutta” intendo dire un tempo consistente dedicato alla preghiera, come in un tempo erano i monasteri dove il giorno di 24 ore era equamente suddiviso in 8 ore di preghiera, 8 ore di lavoro e 8 ore di riposo. Da questo si vede che il tempo di preghiera è senz’altro superiore rispetto agli altri due momenti della giornata dove venivano contemplati anche altri servizi necessari al sostentamento e allo svolgimento della vita ordinaria.

Dopo l'effusione sentivo nel mio cuore questa insistente locuzione soave e forte nello stesso momento: “vieni nel deserto, là io ti parlerò”. Sottomisi questa ispirazione ai fratelli con i quali convivevo e condividevo la stessa vita comunitaria; la risposta fu unanime: “sì, questa voce viene dal Signore; devi seguirla”.

Con il consenso dei miei fratelli della Fraternità Presbiterale decisi di trascorre due mesi di deserto, come già avevo fatto quando all’età di 18 anni incontrai il Signore Gesù. Mi ritirai sulla cima Palon nella catena del Pasubio delle piccole Dolomiti presso la casetta vicino alla chiesa, dedicata ai soldati morti nella prima guerra mondiale. Il 4 luglio 1975 iniziai il mio deserto dove le prime due settimane vissi in completo digiuno a sola acqua. Il Signore mi concesse luce sulla futura comunità e chiaramente parlò al mio cuore: “ti darò un posto alla sinistra di queste vallate, dove abiterai con fratelli che non sono quelli con i quali oggi abiti”. Unitamente a questa locuzione, ricevetti un’immagine di due strade che salivano e scendevano dal monte: una oscura, nella quale si vedeva salire gente ammalata di ogni genere; l’altra luminosa, dove si vedeva la gente scendere totalmente guarita e gioiosa.

Successivamente, il 19 settembre 1975, arrivai a Camparmò, comune di Valli del Pasubio, diocesi di Vicenza, proprio alla sinistra della cima Palon come il Signore mi aveva annunciato. Camparmò divenne il luogo della futura Koinonia Giovanni Battista. Il 2 aprile 1976, insieme al giovane Sandro Bocchin, presi definitivo possesso di tutta la contrada di Camparmò, oramai abbandonata dal 1902 e abitata negli anni 1914-18 da una caserma del reggimento italiano per la difesa del fronte nel monte Pasubio. Dal 2 aprile del ’76 in poi, aiutato da un ottimo muratore del luogo, cominciai a sistemare le case diroccate della contrada.

Il 24 giugno del 1978, la sorella Antonietta Salvan, appartenente al Rinnovamento nello Spirito Santo di Cossato, diocesi di Biella, ricevette una profezia riguardante la mia persona ed indirizzata al preposto della fraternità presbiterale di cui ero ancora membro. Tale profezia essenzialmente diceva: “Lasciate liberi i piedi di Ricardo, perché vada a Camparmò; quel suolo l'ho benedetto Io”. Io non conoscevo Antonietta. Più tardi quando ebbi l’opportunità di incontrarla mi rivelò che fin dal 1976, per commando del Signore, pregava per un sacerdote che lei aveva identificato nella persona di p. Ricardo. Quel sacerdote ero io.

Questa è la prima profezia data dal Signore ad Antonietta per Camparmò. La seconda è arrivata due mesi dopo e precisamente il 25 agosto 1978; questa seconda è la profezia programmatica su Camparmò che ha dato l’avvio all’esperienza comunitaria di Camparmò e di tutta la comunità Koinonia Giovanni Battista.

È in questo contesto storico-geografico che viene concessa da parte del Signore la profezia che adesso commenterò alla luce della mia esperienza e di quella dell’intera Koinonia dopo più di 35 anni della fondazione di Camparmò.

Descrizione della Profezia

La profezia è pregnante nei suoi concetti; a una prima lettura è difficile poterla capire nella sua pienezza. Esige una comprensione che viene dalla fede e dall’esperienza storica, non solo personale, ma anche delle vicende storiche della Chiesa. È una profezia sorta a poco più di 10 anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II. Bisogna affermare quindi con forza, che è una profezia impregnata di concetti non solo “biblici”, ma “biblici alla luce del Concilio Vaticano II”.

Propongo una suddivisione della profezia che in seguito svilupperò dettagliatamente:

1. la prima parte che è dedicata completamente alla persona del fondatore, e quindi alla mia persona;
2. la seconda parte dice che cosa è Camparmò, cioè la Koinonia;
3. la terza parte indica chi è chiamato ad essere membro della Koinonia Giovanni Battista;
4. la quarta parte descrive il compito del pastore;
5. la quinta parte riguarda lo stile di vita dei membri della Koinonia;
6. infine, la conclusione si riferisce nuovamente alla mia persona in quanto fondatore.

Nella prima parte la profezia proclama ciò che il Signore opererà nel mio cuore e nella mia vita; dice precisamente: “Ricardo”.

Nella seconda parte viene descritto ciò che la Koinonia, nelle sue diverse parti organiche (oasi, realtà, comunità familiari, case di preghiera) deve essere. Si afferma l’identità di Camparmò come casa di preghiera che splende della risurrezione del Signore e che è segno della sua presenza in questa terra. Dalla casa di preghiera e dal segno della sua presenza, fluirà nuova vocazione e nuova evangelizzazione.

Nella terza parte afferma la specificità dei membri della Koinonia, sottolineando che sono inviati dal Signore in quanto da lui scelti e voluti affinché la Koinonia li formi per la realizzazione della sua “opera gloriosa”.

Nella quarta parte la profezia afferma l’intenzione divina che sia segno del nuovo pastore, in quanto fondatore, e che tutto arriverà alla sua realizzazione per l’eterna gloria di Dio.

Nella quinta e ultima parte, la profezia affida ai membri della Koinonia il compito di tener sempre rivolte le mani verso di Lui per ricevere la benedizione e così poter compiere la nuova evangelizzazione attraverso la nuova vocazione.

La profezia finisce ordinandomi di andare in esilio da dove, una volta purificato, il Signore mi richiamerà a Camparmò. Chiude poi con una promessa: “Non temere, Io ti parlo attraverso il cuore”.

1. Il fondatore

La profezia afferma che lo Spirito Santo, attraverso la sua luce, avrebbe fatto scomparire le tenebre del mio cuore e delle circostanze di vita che mi avvolgevano. Le tenebre, non indicano tanto una situazione di peccato, quanto piuttosto una mancanza di luce e di conoscenza circa l’opera stessa che il Signore voleva fare attraverso di me. Infatti, alla luce di 36 anni di profezia, ora capisco che le tenebre corrispondevano alla mancanza di discernimento e di comprensione dell’opera, del progetto, della visione che il Signore mi aveva dato attraverso la profezia. Progressivamente, poco a poco, attraverso le diverse vicende storiche, il Signore ha reso luminose queste tenebre. Questa progressiva comprensione è resa molto bene con l’uso del gerundio: “la notte sta lasciando posto al giorno e la mia gloria risplende”, cioè la notte sta passando, perché il sole della gloria divina sta rendendo luminoso il giorno. Per questo il Signore mi comanda che devo risplendere, che devo essere e che devo compiere. Sono invitato infatti a risplendere, accogliendo nella mia vita la sua gloria che non può che essere la realizzazione della sua volontà; sono invitato ad essere annunciatore della sua Parola; inviti che devono essere attuati con una carità eroicamente vissuta.

Conclude così questa prima parte rivolta a me, dove il Signore afferma di conoscermi e che lui, conosce la mia “sete di fare” e la mia “fame di essere”, così come il afferma il salmo: “Signore, tu mi scruti e mi conosci” (Salmo 139,1).

Tutta la prima parte sta proponendo una spiritualità, non solo di chi un giorno sarà pastore, ma anche di ogni membro della Koinonia Giovanni Battista. Viene sottolineato infatti un aspetto, non tanto ascetico della vita propria del cristiano, quanto piuttosto mistico: la persona non è “movens”, ma “mota” e cioè la persona non si muove da sola, ma è mossa dallo Spirito attraverso i suoi doni.

Questa spiritualità sottolinea che è il Signore a realizzare in noi la sua opera di trasformazione di tutta la nostra persona in una autentica vita mistica. Questa vita mistica porta alla concretizzazione della nostra somiglianza a Cristo Signore e va intesa come una comunione intensa con il Padre, sotto l’azione dei doni dello Spirito Santo che producono frutti saporiti e beatitudini, preannuncio della vita che ci attende nel Paradiso. Questa via mistica sia del singolo membro che di tutta l’intera comunità è vissuta con il vincolo eroico della carità, nell’amicizia che ci porta ad una autentica identificazione con il Signore Gesù che ci spinge a dare la vita per il Signore e per i fratelli, come lo stesso Gesù ha fatto.

Non abbiamo ricevuto uno Spirito da schiavi ma da figli adottivi (cfr. Rom 8,15) che ci fa gridare: vivo, ma “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).